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The Internet Journal of the International Plato Society


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Botter, Barbara.

Dio e Divino in Aristotele.

2005. 308 S. 48,50 Euro. 14,8 x 21 cm. Hardcover. 978-3-89665-337-6.
(International Aristotle Studies Bd. 3)

Inhaltsverzeichnis/Table of content (PDF)

Prospekt (Druckversion/PDF) / Information leaflet (Print version/PDF)


Questo lavoro si propone di esaminare la teologia di Aristotele in tutte le forme che essa ha assunto all'interno del Corpus aristotelicum e nel libro terzo del De Philosophia. La compresenza, se non addirittura la sovrapposizione tra teologie di diversa origine è resa possibile, per Aristotele e per i filosofi pagani in generale, dall'uso del termine "dio" non in qualità di nome proprio, bensì in veste di attributo, avente la funzione di indicare un grado di eccellenza in una scala ordinata di enti.

A monte di questa affermazione stanno due ipotesi esegetiche denominate dall'autore rispettivamente "principio del malista" e "funzione attributiva del termine dio", le quali giustificano l'uso dei termini "dio" e "divino" in qualità di apposizione e di attributo. Dio non è per Aristotele l'oggetto supremo di una ricerca teologica, bensì il termine necessario per individuare e caratterizzare un grado di eccellenza.

Per lo Stagirita, la questione aperta non è tanto se la divinità esista o meno, ma in quale forma essa si produca e si concreti nel suo aspetto più completo. In mancanza di un concetto ben definito di divinità, che ne escluda la pluralità, non è strano che il termine theos abbia, per Aristotele, un carattere predicativo.

Nondimeno Aristotele ha fornito delle indicazioni sulla dimostrazione dell'esistenza di dio nelle sue opere. Nel capitolo primo del libro secondo degli Analitici Secondi il filosofo fornisce una quadruplice classificazione dei possibili oggetti di indagine. Al terzo posto egli pone le questioni di esistenza. La forma in cui esse si manifestano consiste nella presenza di un termine e di un verbo che esprime esistenza. Ma ciò contraddice quanto Aristotele afferma nel capitolo seguente. Infatti, negli Analitici Secondi 2. 2 il filosofo insiste sul fatto che ciò che permette di fornire una risposta a tutti e quattro gli interrogativi da lui menzionati è la ricerca di un termine medio.

In questo testo decidere dell'esistenza di un ente significa verificare la pertinenza di una predicazione, ossia provare se un ente merita una certa attribuzione, attraverso la ricerca di un termine medio, che unisca il predicato ad un possibile soggetto referente. In Analitici Secondi 2. 1, quindi, Aristotele non sta introducendo una questione esistenziale, né sta differenziando un uso esistenziale e un uso predicativo del verbo "essere", bensì va ponendo la differenza tra due usi predicativi del verbo.

La dimostrazione dell'esistenza di dio che assume il termine "dio" come apposizione non è l'unica forma di dimostrazione presente negli scritti aristotelici; del resto, è di gran lunga più nota la dimostrazione di dio sviluppata in Metafisica Lambda. In questa opera il procedimento utilizzato da Aristotele è simile a quello che utilizzeranno i filosofi medievali, ma non è identico. Infatti per i medievali il dubbio intorno all'esistenza di Dio sorge in seguito alla considerazione che la divinità non è manifesta ed è assolutamente inaccessibile all'uomo; poiché la divinità è del tutto altra dal mondo visibile, sorge il dubbio che essa possa non esistere. Questa eventualità giustifica l'assunzione di prove che quietino i turbamenti umani e mettano a tacere i dubbi scettici degli infedeli. Al contrario, per Aristotele il problema aperto non è tanto se la divinità esista o meno, bensì quali enti siano realmente dei. Non c'è dubbio, per lo Stagirita, che "gli dei sono qui", ma dio si manifesta in forme molteplici, in quanto dio è per natura apeiron.


This book intends to examine the Aristotelian theology as it is manifested within Corpus aristotelicum and in the third book of De Philosophia. The contemporary presence and even the superimposition of theologies of diverse origins is rendered possible, for Aristotle, by the use of the term "god" not as a proper noun but as an attribute, having the function of indicating a degree of excellence in a systematic scale of beings.

This statement is legitimised by two exegetic hypotheses named by the author "principle of malista" and "attributive function of the term god", which justify the use of the terms theos and theion as an apposition and an attribute. Theos is not, for Aristotle, the highest subject of a theological investigation, but the necessary term to individualize and characterize a degree of excellence.

The Aristotelian research is oriented to understanding not so much if the divinity exists but in which form it manifests itself in its complete aspect. Failing an exact notion of god, which could rule out the possibility of a plurality of gods, it's not unusual that theos was used in ancient times as a predicate.

Nevertheless Aristotle provides us with some information about the demonstration of god in his works. In the first chapter of the second book of the Analytica Posteriora Aristotle offers a fourfold classification of objects of inquiry. Under the third head come questions of existence. The construction of the existence question produces only one term and a verb expressing existence. But this contradicts what Aristotle says in the following chapter. In Analytica Posteriora 2. 2 the philosopher insists that in all four questions what we are looking for is a middle term.

When Aristotle concludes that in all inquiries we are asking if a middle term is or what the middle term is, what is being asked is whether there is a middle term linking the attribute theos to its subject. And this sense is clearly existential.

In Analytica Posteriora 2. 1 Aristote is neither introducing an existential question nor a difference between an existential and a predicative use of "to be", but rather between two predicative uses of the verb: the first use involves identifying something as such and such by predicating a substantial term of as yet unidentified subject, and the second use involves characterising something as such and such by predicating a non substantial term of an identified substance.

The proof of god in Analytica Posteriora is not the only demonstration of god in Aristotle's works. The argument in Metaphysic XII is far and away more famous and like the medieval proceeding, but not identical. Medieval philosophers are conscious that the existence of god is neither a plain truth nor easy to approach. Hence they need proof to quiet human perturbations and sceptical doubts. Unlike Aristotle's problem isn't to know if god exists but to identify the most complete divine form. There is doubt, for Aristotle, that "god is here", but god shows itself in various shapes, because god is by nature apeiron.


Barbara Botter è Dottore di Ricerca in Filosofia Antica in Italia e Francia ed è attualmente Cultore della Materia presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. I suoi interessi spaziano dalla teologia aristotelica al problema delle cause e della relazione tra necessità e fine nei trattati zoologici di Aristotele.



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